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Come valuto la credibilità di un’informazione?

by Marica Anzalone on Febbraio 19, 2019 No commenti

In generale a tutti capita, con estrema facilità, di imbattersi in informazioni a carattere scientifico di credibilità discutibile. Ciò accade a prescindere dal personale livello di scetticismo, perché pur vivendo nell’era dell’informazione la possibilità di imbattersi nella disinformazione è piuttosto elevata. Del resto, chiunque può scrivere in internet, che si tratti di social network, blog, o siti; a prescindere dal livello di competenza in merito alla materia trattata. Internet non rappresenta l’unica potenziale sorgente di disinformazione, seppur la principale, ma le informazioni non veritiere possono diffondersi mediante altri mezzi, il passaparola in primis. Per quanto concerne gli alimenti (e la nutrizione in generale) la probabilità è ancor maggiore, poiché vige la convinzione comune del “poiché tutti mangiamo, tutti abbiamo le competenze per parlarne”. Molto spesso discernere un’informazione veritiera dalla cosiddetta “fuffa” (“Argomentazione inconsistente, senza né capo né coda” – Dizionario La Repubblica) non è cosa facile; nella maggior parte dei casi il linguaggio adoperato è volutamente scelto allo scopo di rendere l’informazione il più realistica possibile, per cui appariranno nomi di ormoni, o enzimi o sigle (spesso in inglese con rispettiva traduzione) oppure verranno citati nomi di esperti, università misconosciute o come più frequentemente accade, si limiteranno al “secondo il parere dei massimi esperti in…”

Ma quindi io, da cittadino comune, come posso capire se l’informazione è vera oppure no?

 

La risposta più ovvia sarebbe quella di orientarsi verso le fonti più autorevoli, ovvero le pubblicazioni scientifiche. Peccato che, per quanto ovvia, è davvero poco concretizzabile. Un non-esperto difficilmente sarà in grado di capire uno studio scientifico relativo ad uno specifico settore. Ad esempio, per comprendere uno studio relativo alla nutrizione, è assolutamente necessario possedere delle buone conoscenze di base (anatomia, fisiologia, biochimica, chimica degli alimenti ecc…) acquisibili solo con lo studio e l’esperienza. La consultazione della pubblicazione scientifica non si limita alla sola lettura, bisogna saper comprendere a fondo la validità e l’utilità di quella ricerca; bisogna essere in grado di contestualizzarla rispetto alle pubblicazioni precedenti e contestualizzarla rispetto alla realtà quotidiana. È assolutamente ovvio dedurre che questo, un cittadino comune, non può (e non dovrebbe) farlo. Al contempo però, lo stesso cittadino comune, ha il diritto di conoscere i risultati a cui la ricerca giunge, tanto più se si tratta di un settore, come quello della nutrizione, che è in evoluzione continua (e ciò che è valido oggi, domani può essere messo in discussione). Il cittadino ha il diritto di prendere consapevolezza di tali informazioni per tutelare se stesso, la propria salute e quella di chi gli sta intorno. Apparentemente questa sembra una strada senza via d’uscita: ho il diritto di informarmi ma ho difficoltà ad accedere alle fonti più attendibili. In realtà una via d’uscita c’è, e si concretizza nell’affidarsi a chi, non solo è esperto del settore, ma da dimostrazione dell’abilità di raccogliere, studiare, comprendere e applicare i risultati della ricerca scientifica. In sostanza, tutto si concretizza nel saper individuare l’esperto (o gli esperti) a cui affidarsi per chiarire i propri dubbi. 

Ecco un esempio pratico:

Immaginate di scorrere la bacheca di Facebook ed imbattervi nel famoso “post sponsorizzato” di un tizio che scrive “Secondo uno studio dell’Università di xxx il consumo regolare di ananas dopo i pasti aiuta a ridurre peso, grazie alla presenza della Bromelina, un enzima proteolitico che aiuta a drenare i liquidi corporei e sostiene la funzione digestiva”.

È altamente probabile che questo post riesca a catturare la vostra attenzione, per svariati motivi. Anzitutto fa leva su una debolezza/desiderio comune, ovvero quello di ottenere un corpo in forma senza impegno e senza sforzo; poi utilizza termini specifici e poco noti come “Bromelina” o “proteolitico” ed infine cita lo studio di un’Università, che contribuisce notevolmente a rendere il post più “scientifico”, ma soprattutto più “credibile”. D’istinto sarete tentati di cercare conferma su Google, ma questo approccio è tendenzialmente sbagliato perché potreste imbattervi in informazioni altrettanto fasulle. Più saggia sarà invece una ricerca accurata sull’autore del post, scrutando il profilo o ricercando informazioni, recensioni o l’eventuale presenza di un sito internet. Mediante questa ricerca avrete modo di capire, anzitutto l’autore di cosa si occupa nella vita, secondariamente qual è il suo metodo di lavoro, l’opinione che gli altri hanno di lui e se potrebbero esserci eventuali interessi economici che inducono a diffondere quel tipo di informazioni (ad esempio, se lavora per un’azienda che produce integratori a base di Bromelina). È importante sottolineare però che, capire di cosa si occupa nella vita l’autore, è importante (è legittimo dar credito, in questo caso, più ad un nutrizionista che ad un avvocato che “ha la passione per la cucina”) ma non è sufficiente a rendere assolutamente credibile quel post. Un esperto del settore (il nutrizionista, in questo caso), anche se possiede i titoli per essere ritenuto tale, può comunque diffondere informazioni non veritiere, per svariate ragioni (gli interessi economici citati prima, o semplicemente perché si è esseri umani e si può sbagliare). È per tale ragione, che in ambito scientifico l’opinione dell’esperto ha la valenza minima (io oserei dire quasi nulla); e difatti la piramide che descrive i livelli di evidenza, pone l’opinione degli esperti alla base (all’apice è riportato il massimo livello di evidenza):

È dunque sbagliato pensare che un post (come in questo caso) o un’affermazione, in generale, sia veritiera solo perché detta (o scritta) da un nutrizionista, in ambito scientifico non esiste “l’ipse dixit” e il nutrizionista nonè il possessore della verità, almeno fino a quando non mostra valide prove a sostegno. È proprio questo il passaggio successivo: pretendere le prove delle informazioni che vengono diffuse. Pretendere le prove è un vostro diritto, in quanto solo le prove vi daranno modo di capire se l’esperto in questione ha attinto da fonti autorevoli. È chiaro che anche le stesse prove devono possedere una certa validità, se la prova è un articolo, che a sua volta non riporta le fonti, non può essere ritenuta una prova valida. Ad ogni modo, se non vi saranno fornite le prove, quel informazione rimarrà sempre e comunque opinabile. 

È infine possibile sviluppare una sorta di “occhio clinico” per la fuffa; le informazioni non veritiere generalmente presentano dei caratteri comuni, che se captati, è conveniente attivare da subito i campanelli di allarme:

  1. Presenza di idee radicali e estreme (buono/cattivo oppure fa bene/fa male)
  2. Promessa di risultati senza sforzo;
  3. Promessa di risultati in tempi brevi;
  4. Presenza di incoerenza (spesso nell’ambito dello stesso articolo);
  5. Assenza di fonti bibliografiche di riferimento.

In definitiva, per valutare la credibilità di un’informazione è opportuno: anzitutto analizzare le caratteristiche dell’informazione stessa e come è presentata, successivamente indagare sull’autore ed infine pretendere le prove da parte di quest’ultimo.

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